Sono propenso a preferire i cani per la loro inclinazione alla socialità, fondata sulle relazioni empatiche. Ma non nego di subire anche il notevole fascino dei gatti: la loro intelligenza e astuzia, la loro grazia e agilità, il mistero che avvolge il loro essere “navigatori” – per antica credenza – tra la dimensione dei vivi e quella dei morti.
Ragion per cui, a casa, non sono mai mancati cani e gatti.
I gatti sono spesso stati rappresentati in musica: Scarlatti, Schumann, Rossini, Saint-Saëns, Ravel, Stravinsky… Nel mio piccolo, anch’io mi sono lasciato sedurre.
Ho fatto due conti. Ho composto sette pezzi sui gatti.
Si dice che i gatti abbiano sette vite, no? Eccole quindi!
Sia ben inteso: non sono un esperto di questo genere di musica, ma vorrei ugualmente lasciare un pensiero sui Beatles.
Non mi appassiona la loro prima maniera (quella in puro stile rock & roll), né mi entusiasmano le sperimentazioni di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Ma trovo straordinaria We Can Work It Out – una canzone del periodo di mezzo (1965): un emblema della loro indole musicale.
Perché?
Di We Can Work It Out mi attrae la sorprendente convergenza di elementi di per sé contrastanti e di natura differente.
Il suono è immediatamente insolito: come l’irrompere di una rock band in sagrestia. È l’effetto di un harmonium mischiato a voci, chitarre, tamburello e batteria. Come uno sciacquone, questo inopinato strumento rovescia antiche ondate sonore in un contesto di musica beat. Ingegnoso!
Nella parte centrale, quindi, c’è un anticonvenzionale scarto ritmico. Un taglio netto ottenuto con un tempo di “valzer tedesco” (questa, a quanto pare, la definizione di George Harrison per le terzine di semiminime). Una figura di contrasto musicale, uno stop al vorticoso ed energico scorrere di crome e semicrome, un riferimento al diverbio di cui si parla nel testo letterario. Nel contempo, l’harmonium non molla: disegna nel basso il tetracordo del modo frigio, mentre la mano destra stacca gli accordi, come l’aria di un valzerino che esce da un organetto di Barberia, o dell’Esercito della Salvezza.
Insomma, il bello dei Beatles è il loro istintivo fiuto per l’originalità nel montaggio delle canzoni, per il buon gusto nelle commistioni.
I Beatles sono riusciti a superare gli standard con “trovate” di qualità, ma senza eccedere nella misura, senza scadere nell’eccentrico gratuito e volgare.
Due giorni fa, ho assistito a un concerto, in cui ho avuto modo di verificare che quanto auspicavo in quell’articolo, in senso positivo, si può realizzare.
Ma va detto quanto segue.
Che chi ha ideato il programma è un musicista preparato e intelligente; che è un musicista che ha, come riferimento, modelli di alta levatura; che è un musicista che antepone i valori artistici della creatività e dell’originalità, a quelli del facile conformismo; che è un musicista che desidera tracciare un percorso che anche altri possano apprezzare e, a loro volta, percorrere.