“Sui Monti Scarpazi” … dall’altra e da questa parte

Si dice – a proposito di Sui Monti Scarpazi – nell’omonima raccolta pubblicata dai fratelli Pedrotti, nel 1973: «In Romania, nel 1917, fra i giovanissimi trentini della classe 1899 arruolati nel reparto dell’esercito austriaco, nacque (sic!) questo triste canto che, riportato in patria da uno dei pochi superstiti, era spesso cantato da una famiglia vicina al nucleo originario da cui nacque il Coro della SAT […]»

Ma nell’archivio fonografico dell’esercito austro-ungarico, messo insieme da Leo Hajek, ci imbattiamo in questo documento. La Guerra, canzone triestina, raccolta il 3 marzo 1916 a Radkersburg, egregiamente eseguito in guisa polifonica.

la-guerra-sheet

Questa tomba racchiude le spoglie
e d’un figlio che più non vedrò;
questa tomba i sospiri raccoglie
d’una madre che tanto l’amò.

Lo allevai tra sospiri ed affanni
il destino poi volle così:
Non appena compiuti vent’anni
ed in guerra innocente morì!

Quando all’alba si apron le porte
al cimitero son prima ad entrar,
dove regna sovrana la morte,
dove il dolore m’invita a pregar.

“Questa tomba” (La Guerra), dall’Archivio Fonografico dell’Esercito Austro-Ungarico, 1916

Il contenuto e la melodia sono in sostanza analoghi a Sui Monti Scarpazi, con la differenza che, nel caso del canto triestino, trattasi del lamento di una mamma. La “scandalosa” denuncia antimilitarista contenuta nella strofa «Maledeta la sia questa guera […]» è, invece, sinteticamente racchiusa, nella versione triestina, nella più discreta espressione «ed in guerra innocente morì!»

E’ curioso osservare come un canto comunemente diffuso tra le genti che stavano “dall’altra parte” (da Trento a Trieste), sia divenuto assai popolare “da questa parte”. Ribaltamenti collaterali, causati dall’esito della guerra? Effetto della larga divulgazione del repertorio del Coro della SAT?


Da quando, nel 2002, ho iniziato a metter mano ai canti alpini – l’idea non fu mia, ma dell’amico Tano Benati che mi “sfidò” a combinare quel tradizionale repertorio “montanaro” con la “classicità” del quartetto d’archi – ho avuto riscontri controversi. Accanto all’apprezzamento da parte di alcuni (pochi), c’è stata l’indifferenza o lo sdegnato rifiuto da parte di altri (tanti). Va da sé, quindi, che non credo di avere mai ricevuto parole di buona considerazione da una sedicente “penna nera”, o appartenente a coro alpino. Pazienza!

Ricordo con piacere, invece, quando al termine di una delle prime esecuzioni del mio arrangiamento di Sui Monti Scarpazi, ho colto le parole, che un anziano spettatore – seduto giusto alle mie spalle – rivolgeva alla sua signora: «Nol sarà ‘l solito “Monti Scarpazi”, ma ‘l pianto de chela viola, in ultimo, ‘l te cava l’anima!» («Non sarà il solito [arrangiamento] di Monti Scarpazi, ma, al termine, il pianto di quella viola, è commovente»). Quell’anonimo spettatore mi ha dato molto conforto.

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Quando fui sui monti Scarpazi
miserere sentivo cantar
t’ho cercato fra il vento e i crepazi,
ma una croce soltanto ho trovà.

O mio sposo eri andato soldato
per difendere l’imperator,
ma la morte quassù hai trovato
e mai più non potrai ritornar.

Maledeta la sia questa guera
che mi ha dato sì tanto dolor,
il tuo sangue hai donato a la tera,
hai distrutto la tua gioventù.

Io vorei scavarmi una fossa
sepelirmi vorei da me
per poter colocar le mie ossa
solo un palmo distante da te.

CoroAlessandria-MBerrini-Cremona2014

M. Zuccante, Sui Monti Scarpazi, per coro e quartetto d’archi, Coro da camera del Conservatorio di Alessandria, Marco Berrini, direttore – live, Cremona, 25 maggio 2014


“Questa tomba” (La Guerra), dall’Archivio Fonografico dell’Esercito Austro-Ungarico, 1916
M. Zuccante, Sui Monti Scarpazi, per coro e quartetto d’archi, Coro da camera del Conservatorio di Alessandria, Marco Berrini, direttore – live, Cremona, 25 maggio 2014

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Sillabari corali: “C”

CHÖRE FÜR DORIS

per coro misto a cappella (1950)

di Karlheinz Stockhausen

Parliamo di un’opera di apprendistato. Un’opera che a stento lascia intravedere gli sviluppi della musica di Stockhausen, sulla rotta dell’avanguardia più radicale. Eppure, un’opera eloquente della padronanza tecnica di un giovane musicista, ancora indeciso sul suo futuro di compositore. Un’opera segnata dall’influenza della tradizione corale novecentesca tedesca (in particolare nel segno di Paul Hindemith e di Frank Martin, il quale fu, per un breve periodo, insegnante di composizione di Stockhausen). Un’opera-prova di un arte, che – pur spinta successivamente ai limiti della sperimentazione (e della provocazione!) – si fonda su un mestiere ancorato a solide basi storico-stilistiche. Un’opera, che conferma quel durevole favore del compositore tedesco verso l’espressione corale.

Chöre für Doris è uno dei rari lavori giovanili che Stockhausen ha voluto inserire nel catalogo ufficiale delle sue opere. E’ un trittico per coro a cappella su testi di Paul Verlaine (messi in musica nella traduzione in tedesco), ed è dedicato a Doris Andreae, sua prima moglie.

Era il 1950, quando l’allora ventiduenne Karlheinz Stockhausen – studente presso il Conservatorio di Colonia – compose questi tre pezzi per il coro della scuola, nel quale egli stesso cantava. Ma Chöre für Doris rimase ineseguito. Soltanto nel 1971, avvenne la prima esecuzione di questa composizione, a Parigi, sotto la direzione di Marcel Couraud.

I Tre Cori sono: Die Nachtigall (L’usignolo), con soprano solo; Armer junger Hirt (Un povero pastorello); e Agnus Dei.


L’usignolo di P. Verlaine (da “Paesaggi tristi”)

Come volo strepitante di uccelli eccitati,
tutti i miei ricordi s’abbattono su di me,
s’abbattono nel giallo fogliame del mio cuore
che contempla il suo ricurvo tronco d’ontano
nello stagno viola dell’acqua dei Rimpianti
che lì vicino scorre malinconica,
s’abbattono, e poi il frastuono malvagio
che un’umida brezza salendo placa,
a poco a poco nell’albero si spegne
e in un istante non si sente più nulla,
più nulla tranne la voce che celebra l’Assente,
più nulla tranne la voce – languida! –
dell’uccello che fu il mio Primo Amore,
che ancora canta come il primo giorno;
e nel triste splendore di una luna
che s’innalza pallida e solenne,
una notte d’estate malinconica e greve,
piena di silenzio e di oscurità,
culla sull’azzurro che un dolce vento sfiora
l’albero che freme e l’uccello che piange.

estratto n.1

Un amore perduto, impersonato dal canto melodioso e sensuale dell’usignolo (soprano solo). Voce solitaria, annegata nel malinconico e silenzioso paesaggio naturale notturno, appena rischiarato dal pallido e torbido chiarore lunare.


A poor young shepherd di P. Verlaine (da “Acquerelli”)

Ho paura d’un bacio
come di un’ape.
Soffro e veglio
senza trovare pace:
ho paura d’un bacio!
Eppure amo Kate
e i suoi occhi leggiadri.
È delicata,
affilata e pallida.
Oh! come amo Kate!
Mi è promessa,
per mia grande fortuna!
Ma quale impresa
essere un amante
accanto a una promessa!
È San Valentino!
Devo e non oso
dirle al mattino…
che cosa terribile
San Valentino!
Ho paura d’un bacio
come di un’ape.
Soffro e veglio
senza trovare pace,
ho paura d’un bacio!

estratto n.2

Un pastorello (eterno Cherubino, «devo e non oso!») teme il bacio dell’amata come la puntura di un’ape. Il suo tormento nel giorno di S. Valentino si traduce in un rapido, vivace e danzante episodio ritmico.


Agnus Dei di P. Verlaine (da “Liturgie intime”)

L’agnello cerca l’erba amara,
è il sale e non lo zucchero che anela
il suo passo è il rumore della pioggia sulla polvere.
Quando vuole qualcosa, nulla lo ferma,
Brusco, si adombra sbattendo la testa
Poi bela alla madre accorsa inquieta …
Agnello di Dio, che salvi gli uomini,
Agnello di Dio, che ci conti e ci nomini,
Agnello di Dio, abbi pietà per quello che siamo.
Dacci la pace e non guerra,
O Agnello terribile nella tua giusta rabbia.
O tu, solo Agnello, Dio l’unico figlio di Dio Padre.

Stockhausen-ChöreFürDoris-es3

estratto n.3

Cresce il fervore nelle invocazioni all’Agnello di Dio («Lamm Gottes…»), e contestualmente s’innalza di un semitono l’intonazione di ciascun verso. Sono le triplici invocazioni che precedono la supplica conclusiva, parafrasi del dona nobis pacem («Gib uns den Frieden, nicht den Krieg bescher»).



Karlheinz Stockhausen, Chöre für Doris (1950), per coro misto a cappella

estratto n.1
estratto n.2
estratto n.3

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Sillabari corali: “B”

THE BEATITUDES

per coro misto e organo (1990)

di Arvo Pärt

La composizione di The Beatitudes, per coro e organo, risale al 1990.
Il testo evangelico (impiegato in lingua inglese) prende forma sonora sulla base delle norme stilistiche dell’originale sistema compositivo, messo a punto da Arvo Pärt, a partire dalla metà degli anni settanta. Questo sistema – detto tintinnabuli – traduce efficacemente, in linguaggio musicale, l’esperienza mistica religiosa e i contenuti ontologici e simbolici, riferiti dai testi sacri. Un sistema in cui la presenza di suoni e pause è equamente distribuita, in quanto pensato per generare eventi sonori in contatto con le fascinose riverberazioni degli spazi acustici di una chiesa (“suono-cattedrale”).
La prosodia del testo è realizzata musicalmente da una doppia sottolineatura delle sillabe toniche delle parole chiave di ciascun verso («blessed», «spirit», «kingdom», «heaven», e così via). Prima sottolineatura, l’urto dissonante tra la nota della melodia e la nota della vox tintinnabuli ad essa associata; seconda sottolineatura, l’allungamento temporale della nota stessa.

estratto n.1


L’iterazione delle affermazioni («Blessed are the poor in spirit… Blessed are they that mourn… Blessed are… Blessed are…») è sostenuta da successive trasposizioni tonali verso l’alto (dal tono di Fa a quello di Do#). Una novità, se consideriamo che Arvo Pärt, nelle opere precedenti, aveva circoscritto il processo-tintinnabuli ad ambiti monotonali. Un climax che conduce all’apoteosi dell’«Amen». Punto culminante (1), in cui la tensione accumulata dalle voci si scarica nel postludio dell’organo che, da solo, ripercorre a ritroso e in diminuendo lo schema armonico (da Do# a Fa).

estratto n.2


Quando si approfondisce lo stile di Arvo Pärt – si va cioè oltre l’emozione dell’ascolto -, si ha la sensazione che il sistema-tintinnabuli costituisca una sorta di gabbia di sicurezza. Uno stabile e regolato “ritiro privato” (più sobrio rispetto a quello elaborato delle tecniche seriali, da cui lo stesso compositore si è con caparbietà allontanato), ma pur sempre uno stratagemma per esorcizzare lo spettro del caotico e di un’incontrollabile complessità.


(1) Un analogo coup de théâtre è presente in un brano, del 1987, di John Tavener, God is with us (A Christmas Proclamation). La potente e debordante sonorità dell’organo pleno irrompe con sensazione in chiusura del pezzo.

estratto n.3



Arvo Pärt, The Beatitudes (1990), per coro misto e organo

estratto n.1
estratto n.2


John Tavener, God is with us (1987), per coro misto, tenore e organo

estratto n.3

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Sillabari corali: “A”

AMAO OMI

per coro misto e quartetto di sassofoni (2005)

di Giya Kancheli

C’è tanta poesia in Amao omi.
«Cielo… Sole… Habitat… Splendore… Sacramento… Alleluia…». Parole randage, intervallate da lunghe pause, visione di un mattino radioso. Figure sonore appena accennate, che affiorano all’orecchio come remote reminiscenze. Echeggiano e si spengono nel silenzio. Parole e suoni sembrano arcane apparizioni, che fluttuano in uno spazio originario.
Il canto risuona nell’inusuale accostamento con il quartetto di sassofoni. Le sobrie e tenui intonazioni del coro sfumano indistintamente nelle vellutate sonorità degli strumenti.

estratto n.1


Amao Omi è il melanconico stupore di fronte alla rigenerazione. Rigenerazione da cosa? «Amao omi», cioè la «Guerra insensata». Quindi, riappacificazione. Esteriore ed interiore. Ma stravinskiani contrasti (Dove?… Qui… Là… Chi?… A chi?… Perché?…) spezzano lo stato di commozione dato dalla contemplazione della bellezza.

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estratto n.2


Affiorano gli stilemi dell’antico canto monastico ortodosso. Uno dei momenti più suggestivi è quello in cui si leva dall’abisso l’orazione di un basso profondo solo (do diesis grave).

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estratto n.3



Giya Kancheli, Amao Omi (2005), per coro misto e quartetto di sassofoni

estratto n.1
estratto n.2
estratto n.3

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… di qua e di là: “Ai preât”

Racconta Federico De Roberto, ne La paura:

«Dirimpetto, a mezzo chilometro a volo d’uccello, la linea nemica; che poi s’accostava alla nostra verso sinistra, dalla parte del Lamagnolo, e quasi la radeva, a segno che se gli uomini avessero parlato la stessa lingua, avrebbero potuto attaccar discorso. E già qualche parola si veniva scambiando, laggiù: qualche pagnotta volava dai nostri posti ai posti austriaci, e qualche pacchetto di tabacco faceva la strada inversa […]».

Insomma, là dove la vicinanza delle linee attenuava la contrapposizione tra i soldati, s’aprivano contatti, negoziazioni; germogliavano traffici, baratti. Così come motteggi e sfottò rimbalzavano da una trincea all’altra, c’è da immaginare che gli stessi ritornelli canori echeggiassero, a mo’ di “cori battenti”, fra i due fronti.

La commovente implorazione di Ai preât, è un’espressione vocale che oltrepassa le lacerazioni territoriali subite dalle popolazioni friulane prima, durante e dopo la Grande Guerra.
La si ascolti, con il titolo di O tu stelle, tra i documenti conservati nel Phonogrammarchiv di Vienna, in una registrazione, effettuata da Leo Hajek e datata 3 marzo 1916. La voce è quella di Anton Melinz, classe 1883, in servizio in un accantonamento di retrovia, presso Radkersburg (cittadina austriaca, attualmente al confine con la Slovenia).

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O Tu Stelle (AiPreat) – 1916

Di seguito, invece, la mia versione (“trasfigurata”, direbbe Bepi De Marzi), interpretata con rara sensibilità da Marco Berrini, alla guida del Coro da camera e del Quartetto d’archi del Conservatorio “Vivaldi” di Alessandria.

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Ai Preat – M.Zuccante – Conservatorio di Alessandria, M.Berrini, dir. – 17 Dic 2014

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La Grande Guerra – colonna sonora

nino-rotaNino Rota era in possesso di un mestiere impressionante. Una conferma che ho avuto riascoltando la colonna sonora de La Grande Guerra, il film tragicomico di Mario Monicelli del 1959, segnato dalla presenza – alquanto ingombrante – di Alberto Sordi e Vittorio Gassman. La pellicola è stata – ed è tuttora – ampiamente celebrata, per le sue qualità visive e di sceneggiatura. Soltanto rapidi cenni, invece, a commento della colonna sonora. Eppure, Nino Rota offre qui l’ennesima prova del suo talento. Un talento fatto di mestiere – come accennato sopra – e di invenzione. Garbo e sapienza contraddistinguono la “manipolazione” di alcune tra le più note melodie scelte dal repertorio dei canti della Grande Guerra.grande-guerra-monicelliSi ascolti il brano intitolato Reticolati. Una miniatura rapsodica in cui vengono armonizzati in successione e sovrapposizione spezzoni melodici da Monte Canino, Sul cappello, Era una notte che pioveva, Il silenzio di ordinanza, il tutto combinato in un raffinato gioco di alternanze timbriche. Le melodie, così trasfigurate, rivivono in un’atmosfera sospesa e nostalgica.
Nino Rota: “Reticolati”, da La Grande Guerra
Libera invenzione invece in Costantina e Giovanni. Nel pezzo una tromba militare cede il passo allo swing e alla felpata sensualità di un motivo-jazz da night club.
Nino Rota: “Costantina e Giovanni”, da La Grande Guerra

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Calendario pascoliano – “Notte di neve”

PolifonicoMonteforte – Calendario pascoliano

DICEMBRE

NOTTE DI NEVE

Pace! grida la campana,
ma lontana, fioca. Là

un marmoreo cimitero
sorge, su cui l’ombra tace:
e ne sfuma al cielo nero
un chiarore ampio e fugace.
Pace! pace! pace! pace!
nella bianca oscurità.



GENNAIO “Nevicata”
FEBBRAIO “Viole d’inverno”
MARZO “La pieve”
APRILE “Canzone d’Aprile”
MAGGIO “In chiesa”
GIUGNO “Patria”
LUGLIO “I puffini dell’Adriatico”
AGOSTO “Il lampo”
SETTEMBRE “O vano sogno”
OTTOBRE “Sera d’Ottobre”
NOVEMBRE “Novembre”

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Calendario pascoliano – “Novembre”

PolifonicoMonteforte – Calendario pascoliano

NOVEMBRE

NOVEMBRE

Gemmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l’estate,
fredda, dei morti.

 



GENNAIO “Nevicata”
FEBBRAIO “Viole d’inverno”
MARZO “La pieve”
APRILE “Canzone d’Aprile”
MAGGIO “In chiesa”
GIUGNO “Patria”
LUGLIO “I puffini dell’Adriatico”
AGOSTO “Il lampo”
SETTEMBRE “O vano sogno”
OTTOBRE “Sera d’Ottobre”
DICEMBRE “Notte di neve”

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Calendario pascoliano – “Sera d’Ottobre”

PolifonicoMonteforte – Calendario pascoliano

OTTOBRE

SERA D’OTTOBRE

Lungo la strada vedi su la siepe
ridere a mazzi le vermiglie bacche:
nei campi arati tornano al presepe
tarde le vacche.

Vien per la strada un povero che il lento
passo tra foglie stridule trascina:
nei campi intuona una fanciulla al vento:
Fiore di spina! . . .

 



GENNAIO “Nevicata”
FEBBRAIO “Viole d’inverno”
MARZO “La pieve”
APRILE “Canzone d’Aprile”
MAGGIO “In chiesa”
GIUGNO “Patria”
LUGLIO “I puffini dell’Adriatico”
AGOSTO “Il lampo”
SETTEMBRE “O vano sogno”
NOVEMBRE “Novembre”
DICEMBRE “Notte di neve”

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Piergiorgio Righele – in memoriam

Piergiorgio_RigheleNon ricordo chi mi apprese della morte di Piergiorgio Righele. Ma ricordo il clima, la luce di quel tardo pomeriggio di settembre. Fu una notizia incredibile, sconcertante.

Piergiorgio Righele – stimatissimo maestro di coro e “profeta” di una nostrana renaissance dell’arte della polifonia – è mancato improvvisamente 17 anni fa, allorché la sua presenza competente e sollecita, si era già consolidata come riferimento primario nel mondo corale veneto e nazionale.

Aveva guadagnato ottima reputazione ed autorevolezza grazie ai successi conseguiti nei concorsi internazionali e alle apprezzate interpretazioni di parecchie e ragguardevoli pagine della polifonia corale, alla guida de I Cantori di Santomio, la compagine vocale da lui stesso fondata.

Era persona fiera, orgoglioso della sua formazione da autodidatta, quasi compiaciuto di operare a margine degli ambienti musicali professionali, pronto a mettersi in gioco ed incline a manifestare libertà di pensiero.

Viene da mettere in relazione la cura che, nelle sue interpretazioni musicali, era dedicata al cesello della parola, con il suo gusto affabulatorio, con la sua vocazione ad impadronirsi della scena attraverso il discorso. Parlava molto nell’istruire i cantori, nutriva la lezione di ragionamenti, immagini e divagazioni. Dedicò un’intera seduta di prove del coro, che all’epoca dirigevo, nella ricerca del profilo prosodico più convincente per l’intonazione della frase di apertura di un responsorio di Marcantonio Ingegneri: «Vinea mea electa».

Frequentavamo insieme un corso di formazione per direttori di coro. Dopo i primi interventi, Piergiorgio manifestò un certo fastidio per la mancata attenzione da parte dei docenti alle problematiche dell’articolazione della parola. Scavalcammo una finestra sul retro e abbandonammo il seminario. Per l’intero pomeriggio mi accompagnò a spasso per Vicenza. Un giro per le chiese, le cantorie e le sacrestie della città. La mia passione per la musica sacra maturò maggiormente durante quell’escursione sotto la sua guida, che non all’ascolto di dotte dissertazioni.

La sua identità vicentina coincideva con la raffinatezza di gusto (ma sorvoliamo sulla debolezza per le patatine fritte con maionese!), il garbo nell’accostarsi alle persone e la malcelata cadenza dialettale. A casa mia passò un’intera cena a celebrare – con il compiaciuto consenso di mio padre – la superiorità in campo storico-urbanistico, artistico e culturale della palladiana Vicenza nei confronti della “barbara” Verona.

Piergiorgio Righele frequentava preferibilmente e con esiti più convincenti il repertorio del canto gregoriano e della polifonia classica e romantica. Più raramente, ma con piacere, metteva la sua arte anche a disposizione dei giovani compositori. Forse I Cantori di Santomio mi ricordano come “Zuccante, quello de I Re Magi”, una breve composizione per voci femminili, che trovava posto nella scaletta dei loro concerti natalizi. Io, invece, ricordo più volentieri l’esecuzione di Lu cuccu, un lavoro che mi ha aiutato ad acquisire consapevolezza artistica ed autonomia stilistica. Mi disse Piergiorgio: «Ho accettato di eseguire Lu cuccu perchè è una tua composizione. Ma se fosse stato per quell’altalena di 7/8, 4/8, 5/8! …».

Grazie, Piergiorgio!



Mauro Zuccante, “Lu cuccu”, I Cantori di Santomio, P. Righele dir., live, Trento 1991


Lu cuccu-1

[audio:https://www.maurozuccante.com/wordpress/wp-content/audio/MZuccante-LuCuccu-CantoriDiSantomio-PRighele.mp3]
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